| Ogni
mattina lo stesso risveglio; ogni mattina la stessa colazione;
ogni mattina la stessa redingote, la stessa cravatta, gli stessi
occhiali; ogni mattina la stessa faccia che mi guarda nello
specchio, con la barba che. quale unico segno di cambiamento.
si fa ogni giorno più canuta.
Come ogni mattina metto
la borsa sotto il braccio e scendo le scale, le stesse scale
sporche che mai qualche buona donna ha il coraggio di lavare.
In strada, qualche carrozza,
e quell'unico, solo ordigno a motore che chiamano AUTOMOBILE,
una specie di carrozza senza cavalli che produce un rumore
spaventoso.
La strada per fortuna
è breve. Dico per fortuna perché fa un freddo
cane e non ho che questo vecchio cappotto sdrucito per ripararmi.
Uno strillone, un ragazzino,che non va più a scuola,
tenta di vendermi il suo giornale: gli rispondo in malo modo,
come sempre.
Finalmente, stanco come
se avessi fatto chissà quale lunga passeggiata, varco
lo stesso portone. come ogni mattina da trentacinque anni;
lo stesso bidello, figlio del bidello che c'era prima, mi
saluta deferente:
"Buongiorno professere!".
Sono certo che in classe
i miei trentotto mi stanno aspettando, sperando che io non
arrivi, fantasticando sul mio ritardo; quattro o cinque a
fare il palo sulla porta, gli altri a tirarsi palline di carta
intinte nell' inchiostro bollente.
Vado nella stanza dei
professori e firmo la presenza. Li vedo tutti lì, i
miei colleghi, gli altri me stesso, tutti identici, con la
stessa barba e la stessa redingote.
Unica nota di colore: la
chioma fulva di una giovane supplente di storia dell'arte;
quasi una stonatura in mezzo a questa gamma di grigi e di
neri, di chiaroscurali presunzioni di vecchi professori rimbabbioniti.
Prendo il registro, quel
tenuto strumento di tortura, e, finalmente, mi dirigo in classe.
Entro. Chiudo la porta.
Silenzio. Tutti in piedi:
"Buongiorno professere!".
"Buongiorno"
rispondo. Siedo. Siedono. L'aria é tesa, tesissima.
Nei volti leggo lo stupido terrore di essere interrogati,
solo qualcuno é più disteso, meno accigliato,
perché é stato chiamato da poco. Ma ha poco
da rallegrarsi quel qualcuno: proprio lui chiamerò.
Apro il registro. Con
la punta della penna scorro l'elenco, cerco un nome. Trentotto
facce mi guardano attente, preoccupate. uno si alza:
"Professore, ehm
... io non ho potuto studiare."
"E perché?"
chiedo, serio.
"Non sono stato bene.",
mi risponde il coraggioso con la scusa più plausibile
che gli é passata per la testa.
"Sarai interrogato
domani, e anche su quello che c'era per oggi!", dico,
in tono di sentenza.
"Benissimo professore.",
e siede, serio ma terrorizzato al pensiero dell'indomani.
Continuo ad andare su
e giù con la penna. Poi, con un vigore che stupisce
anche me. chiudo con forza il registro. Mi alzo. Passeggio
tra i banchi. Comincio a dettare:
"Qua vociferatione...
in ceteris iudiciis... accusatores uti consueverunt..."
Un raggio di luce illumina
la stanza e trentotto facce mi guardano sorridenti. Mi sorprende
il mio stesso comportamento, ma, in fondo, penso, cosa non
si fa per un sorriso in una gelida mattina di gennaio.
VALERIO GENTILE
- Natale 1992

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